Oro sparito, speculazione e banconote al rogo: il disastroso esperimento della cartamoneta nella Sardegna sabauda

ALAGNA NUMISMATICA S.R.L. • November 5, 2026

Fra il 1780 e il 1793 il governo sabaudo immise in Sardegna 700.000 lire sarde in biglietti di credito a corso forzoso, senza un’adeguata riserva metallica. Ne seguirono svalutazione, aggiotaggio e sparizione dell’oro e dell’argento. Lo Stato tentò di rimediare con editti e banchi di cambio, poi con i roghi pubblici dei biglietti, l’ultimo dei quali si tenne nel 1830. La domanda è inevitabile: quali condizioni servono perché la carta funzioni?

Lire 50 del 1780, non emesso


Il contesto e il fallimento del primo tentativo (1720–1766)


Quando la Sardegna passò sotto il dominio sabaudo nel 1720, la nuova dinastia scelse di mantenere intatti gli antichi ordinamenti, le leggi e i privilegi locali. Tuttavia, sotto il regno di Carlo Emanuele III, il sistema monetario dell’isola versava in una profonda confusione: in circolazione si trovavano monete di ogni tipo, spesso svalutate, alterate o persino contraffatte. Per portare ordine, il sovrano promosse un’importante riforma unificatrice, ritirando il vecchio conio e introducendo le monete di rame, che agevolarono le transazioni in oro e argento.

Nel frattempo, in Piemonte venivano emessi i primi biglietti di credito dal 1745. Queste norme non vennero però estese alla Sardegna, non ritenendo la popolazione pronta al cambiamento. Il primo vero tentativo di introdurre la cartamoneta nell’isola risale al 25 febbraio 1766, quando il viceré Francesco Luigi Costa della Trinità propose la creazione di un Monte di Soccorso a Cagliari. Per finanziarlo senza ricorrere a prestiti esteri, si voleva dotarlo di biglietti di credito verso le Regie Finanze. Tuttavia, il 22 agosto 1766, lo Stamento Ecclesiastico oppose un netto rifiuto unanime, temendo le inevitabili conseguenze economiche negative nel cuore del Regno.


Le tre emissioni e l’imposizione del corso forzoso (1780–1793)



Sotto la spinta di gravi difficoltà finanziarie e della forte penuria di metallo prezioso, causata dalle carestie che avevano costretto l’isola a importare grano dalla penisola pagando in moneta sonante, il governo sabaudo decise infine di emettere cartamoneta:

  • Prima emissione (29 settembre 1780): un Regio Editto ordinò la creazione di biglietti da 50 lire sarde per un ammontare totale di 1,5 milioni di lire, mettendone subito in circolazione 6.000 (pari a 300.000 lire sarde). Ai biglietti fu imposto il corso legale obbligatorio: nessuno poteva rifiutarli o svalutarli, e vennero vietate, sotto pena di multe severissime e del bando, le clausole che esigevano pagamenti in contanti. Per garantire le piccole spese, si istituì un Banco di cambio presso la Tesoreria Generale per convertire fino a 5.000 lire a settimana.
  • Seconda emissione (11 settembre 1781): illuso dall’iniziale e apparente successo dei biglietti, il governo emise tagli più piccoli da 5 scudi sardi (12,50 lire sarde) per un totale di 300.000 lire, mettendone in circolazione 100.000 lire.
  • Terza emissione (23 aprile 1793): con un nuovo editto vennero immessi sul mercato altri 2.000 biglietti da 50 lire e i 16.000 biglietti da 12,50 lire rimasti in riserva dal 1781.

Complessivamente, tra il 1780 e il 1793 furono messi in circolazione biglietti di credito per un valore totale di 700.000 lire sarde.



Lire 50, 1780



Il tracollo e la legge di Gresham: la fuga dell’argento e l’ondata di aggiotaggio


Ben presto l’illusione si infranse. La cartamoneta, priva di una reale e adeguata riserva metallica a garanzia, iniziò a svalutarsi rapidamente. In base alla legge di Gresham, la moneta “cattiva” scaccia quella “buona”: l’oro e l’argento sparirono dalla circolazione, finendo accaparrati o portati fuori dall’isola. I produttori e i contadini dei villaggi rifiutavano la carta per i generi alimentari, mentre in città esplose il fenomeno dell’aggiotaggio, con speculatori che chiedevano tassi di cambio abusivi fino al 15%.

Nel tentativo di arginare la crisi, le autorità sabaude emanarono vari provvedimenti:

  • Editto del 23 giugno 1796: il viceré Vivalda ribadì l’obbligo di far circolare la carta al valore nominale, punendo i commercianti che alzavano i prezzi per chi pagava in biglietti e promettendo un premio del 3% a chi versava moneta contante.
  • Pregone del 13 gennaio 1798: si impose ai comuni di versare alle casse regie la stessa moneta metallica riscossa dai cittadini e si elevò il cambio settimanale a 8.000 lire (6.000 a Cagliari e 2.000 a Sassari).
  • Pregone del 27 luglio 1801: Carlo Felice confermò le sanzioni contro l’aggio e i rincari, impose il pagamento dei tributi in moneta sonante e istituì Banchi di cambio a Cagliari, Sassari e presso la Reale Amministrazione delle Torri.


Scuti 5, 1781


I roghi della cartamoneta: 32 anni di distruzioni pubbliche a Cagliari


Nel 1798 la situazione era ormai insostenibile. Gli Stamenti (le rappresentanze dei tre ordini del Regno: Ecclesiastico, Militare e Reale) protestarono energicamente presso il Sovrano nei memoriali di aprile, chiedendo la totale soppressione della cartamoneta per salvare il commercio e ripristinare la pace pubblica.

  • La Cassa del Regno (26 aprile 1798): gli Stamenti elaborarono un piano per estinguere 280.000 scudi sardi di biglietti in 7 anni, finanziandolo con un aumento temporaneo dei dazi di esportazione sui grani e con prestiti volontari dal clero e dai privati.
  • I roghi della cartamoneta: il 30 giugno 1798, nella piazza del Palazzo Civico di Cagliari, si svolse con grande solennità il primo abbruciamento pubblico dei biglietti di credito. Tra il 1798 e il 1818 vennero eseguite ben 27 operazioni di abbruciamento, distruggendo biglietti per 470.000 lire sarde e lasciandone in giro circa 230.000.
  • Il Monte di Riscatto (1807): creato il 19 giugno 1807, assorbì i Banchi di cambio e gestì le rendite e le tasse destinate all’estinzione e all’incenerimento dei biglietti residuali.
  • Gli ultimi anni: il 18 agosto 1830 a Cagliari fu organizzato un ultimo abbruciamento di 1.725 lire di biglietti ormai logori e 1.487,10 lire di biglietti falsi, a testimonianza del definitivo e completo riassorbimento della cartamoneta.


La lezione di Giuseppe Cossu: perché senza fiducia la carta non vale nulla


Nel 1798, mentre la crisi toccava il culmine, l’economista sardo Giuseppe Cossu Fulgheri pubblicò a Torino l’opuscolo Pensieri sulla moneta papiracea. Anticipando principi moderni, Cossu spiegò che la cartamoneta non costituisce ricchezza di per sé, ma funziona solo se sorretta dalla fiducia psicologica dei cittadini nei confronti di chi governa.

Cossu delineò le condizioni indispensabili per il corretto funzionamento dei biglietti:

  1. Garanzie reali: mantenere una riserva metallica proporzionata (la carta non doveva superare un decimo del metallo), limitare le emissioni in base ai redditi statali e tassare l’esportazione dei beni superflui verso l’estero.
  2. Garanzie di circolazione: assicurare la conversione giornaliera della spicciola in metallo e rinnovare annualmente la moneta vecchia.
  3. Garanzie tecniche: istituire una società di garanti benestanti responsabili pro-rata e rinnovare costantemente i biglietti per prevenire le falsificazioni.

I consigli illuminati del Cossu trovarono un’applicazione solo parziale nelle scelte del Governo sabaudo, ma la sua opera rimane la testimonianza di una lucida analisi economica di fronte al fallimento del primo esperimento di cartamoneta in Sardegna.


Quanto valgono in asta le banconote sopravvissute ai roghi


I non emessi sono comprensibilmente più facili da reperire, essendo sfuggiti al rogo. A titolo di esempio, le 50 lire non emesse del 1780 in asta quotano mediamente 150-250 euro. Invece, la banconota da 50 lire emessa è estremamente rara, e non si riscontrano di recente passaggi all’incanto. I 5 scuti dal canto loro sono forse i più interessanti dal punto di vista del valore economico, in quanto rari in entrambe le versioni, emessi e non, anche se non rari come le 50 lire emesse. Gli scuti realizzano mediamente dai 500 ai 1000 euro.

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Ma avremo modo nei prossimi giorni, dando voce ad alcuni dei protagonisti, di approfondire aspetti fondamentali. Orientamenti in giurisprudenza, prassi viziate, nodi da sciogliere Sul tavolo degli Stati generali una serie di questioni di scottante attualità, dagli orientamenti giurisprudenziali in materia di beni numismatici alle prassi della pubblica amministrazione nel rapporto con i privati e il mercato – prassi spesso viziate da una visione statalista – fino alle normative in fase di discussione e, ovviamente, alle proposte di modifica alle leggi esistenti in modo da poter garantire alla numismatica, gestita in modo etico e responsabile, diritto non solo di esistenza ma anche di sviluppo e di sinergia con lo Stato. Sì, perché uno dei concetti emersi è stato anche – a seguito della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione di Faro – quel fondamentale passaggio evolutivo dal tradizionale diritto “dei” beni culturali ad un innovativo diritto “ai” beni culturali, in questo caso i beni numismatici, visto nell’ottica della comunità nazionale e dei singoli, dei privati come dei professionisti, come soggetti attivi di tutela. Sala gremita, nei limiti delle normative sanitarie, alla Biblioteca del Senato presso il Palazzo della Minerva a Roma: sul palco si sono alternati oratori istituzionali e privati, professionisti e giuristi Un diritto inalienabile, quello al collezionismo e al commercio di monete, né in nome di una strampalata presunzione di provenienza dal sottosuolo di tutte le monete antiche e medievali – per gran parte, solo passate di mano in mano e sul mercato per secoli – né in nome di quel 1909 ante quem si vorrebbe rendere obbligatorio dimostrare la provenienza di ciò che, invece, è semplicemente stato conservato in patrimoni e raccolte private. I collezionisti e il commercio etico: soggetti attivi di tutela Illuminante, in merito al concetto di “interesse pubblico” per le cose numismatiche, è stato il parere del presidente della Prima Sezione della Corte di Cassazione, il giudice Francesco Antonio Genovese, che ha sottolineato come alle due categorie canoniche – le monete “di proprietà pubblica” e quelle private “oggetto di tutela” – sia ormai necessario codificarne una terza, quella delle monete, antiche o moderne che siano, e sono la maggioranza, “prive di qualità di interesse per la pubblica amministrazione”. Dal giudice Francesco Antonio Genovese, presidente della I Sezione della Corte di Cassazione, è venuta una riflessione sulla necessità di ripensare in senso meno statalista i criteri di tutela dei beni numismatici Anche perché, paradossalmente, le azioni dello Stato contro il mercato e il collezionismo ufficiali – che si manifesta in sequestri, ritardi o dinieghi nei certificati di esportazione, dichiarazioni di supposto “pregio” e/o “rarità” per singoli esemplari o intere raccolte – non deriva dal Testo unico dei Beni culturali né da leggi preesistenti e non abrogate bensì, in massima parte, da mere circolari ministeriali che sarebbe bene riscrivere, e in tempi brevi. I Numismatici italiani professionisti, le associazioni professionali internazionali AINP e FENAP, la Società numismatica italiana, l’Accademia italiana di studi numismatici hanno portato le loro voci per testimoniare in Senato, al tempo stesso, la molteplicità e l’unità d’intenti del mondo numismatico, senza contare i tanti, qualificati docenti universitari che hanno mostrato come l’esistenza del collezionismo e del mercato siano fondamentali anche per lo sviluppo della ricerca scientifica (quanto e talvolta più delle raccolte statali, in parte non catalogate nè pubblicate). La passione numismatica, un pilastro del patrimonio pubblico La presenza delle istituzioni è stata del resto anche occasione per ribadire il fondamentale contributo culturale di una plurisecolare tradizione di collezionismo e commercio di monete che tanto ha inciso anche sulla formazione del patrimonio pubblico (anche qui, con le sue monete di Venezia donate al Museo Correr, Papadopoli Aldobrandini insegna). E se lo Stato oggi non dispone – per varie ragioni e facendo le dovute eccezioni – di personale sufficiente o adeguatamente qualificato per discriminare i beni numismatici meritevoli di tutela dai milioni di monete antiche e moderne che circolano legittimamente sul mercato e nelle collezioni, allora che si avvalga della disponibilità di numismatici professionisti ed esperti privati. Una simile pratica, che si potrebbe proporre al Nucleo TPC dei Carabinieri, sarebbe un modo per creare una nuova ed efficace sinergia pubblico-privato; come lo sarebbe individuare – e anche in questo, basterebbero delle circolari ministeriali – delle categorie di materiali numismatici di libera circolazione. E altre proposte non mancano, perchè il collezionismo è imprescindibile per la tutela dei beni numismatici. Gli Stati generali della numismatica sono stati occasione di celebrare un secolo dalla scomparsa di Nicolò Papadopoli Aldobrandini, senatore del Regno, collezionista di monete e studioso di fama Per il futuro di un bene culturale “personale e collettivo” Perché mettere all’angolo in Italia il collezionismo e il commercio numismatico – si intende, quella numismatica praticata da privati e operatori come genuina, etica passione o come altrettanto legale professione – porterebbe ad un effetto nefasto, disastroso, diametralmente opposto a qualunque “tutela”, favorendo una diffusa circolazione illegale e sommersa delle monete (anche sotto il profilo fiscale) , il loro esodo verso l’estero; la distruzione, in sostanza, di quel “bene culturale” diffuso, materiale e immateriale, personale collettivo che è la numismatica. Gli atti degli Stati generali della numismatica saranno redatti entro breve ed è auspicabile che i contenuti siano recepiti in toto e valutati con attenzione dal Ministero della Cultura. E, al ministro Dario Franceschini, la numismatica italiana fa appello affinché il confronto avviato il 17 febbraio 2022 prosegua e porti a quel rasserenamento dei rapporti tra istituzioni e settore privato che, per la numismatica, ormai è ineludibile. LINK: https://www.cronacanumismatica.com/stati-generali-della-numismatica-voce-al-diritto-voce-al-collezionismo/
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